Lonato – Pieve di San Zeno

 

La chiesa plebana di S. Zeno sorge su una prominenza rocciosa, oggi poco fuori dal centro abitato di Lonato. Il cocuzzolo sul quale è stata edificata la chiesa è di forma squadrata, spianato al culmine e con alla base resti di una cinta muraria (parte di questi ruderi sono ancora visibili). Alcune restituzioni archeologiche inducono a pensare che l’attuale sito fosse occupato già in epoca romana, poi ripristinato in epoca altomedievale con la presenza di una chiesa dedicata a S. Martino (forse indice di un’origine o in relazione con la grande abbazia carolingia di S. Martino di Tours che sul Garda, dopo la sconfitta delle genti longobarde, aveva ottenuto possedimenti e rendite: ne è un esempio il poco distante monastero sirmionese di S. Salvatore, fondazione d’epoca longobarda, che con la venuta dei Franchi passò tra i possessi del monastero di Tours). Per gli studiosi, l’attuale titolazione a S. Zeno denuncerebbe un legame con Verona e con il potente monastero extraurbano di S. Zeno (tuttora i territori del Basso e del Medio Garda morenico sono dipendenti ecclesiasticamente dalla diocesi di Verona ed amministrativamente dalla provincia di Brescia). La prima menzione di questa influenza veronese sul territorio di Lonato è riportata in un documento pontificio dell’anno 1145, in cui papa Eugenio III riconosceva a Tabaldo, vescovo di Verona, “plebem de Lonato cum capelli set castello”. Lungo tutto il XII secolo, vari documenti attestano le funzioni plebane della chiesa di S. Zeno. La prima conferma dell’esistenza certa di Lonato come centro insediativo, risale invece all’anno 977 (una precedente menzione, attribuita a un privilegio di Berengario del 909, non parrebbe troppo credibile: da notare che la dizione usata nel documento è “in locus” e non “vicus” o “castrum”). Una particolare attenzione merita anche una bolla papale dell’anno 1184, dove sono registrati una serie di beni concessi a Ricardo, arciprete della pieve di S. Zeno, tra i quali compare “loco ipsum in quo prefata plebs sita est cum ipso castro veteri”. Questa indicazione, assieme alle rimanenze archeologiche (i resti di muro alla base del pianoro artificiale), fanno pensare che la pieve fosse stata eretta dentro, o quantomeno in prossimità, di una struttura fortificata “vetus” (in merito all’uso di fortificare chiese o di costruire edifici religiosi in siti fortificati, c’è da dire che tale fenomeno si era diffuso già a partire dalla fine del IX secolo). S. Zeno perdette la prerogativa di chiesa plebana nel XVIII secolo, dopo l’edificazione della nuova parrocchiale.
L’attuale edificio si presenta a navata unica con abside semicircolare alla terminazione est e prospetto a capanna sulla terminazione ovest, ed è coperto in coppi. Èlungo poco più di 26 metri e largo circa 8.
La muratura, per la maggior parte di epoca romanica, è realizzata con buona regolarità costruttiva, anche se alcuni studiosi individuano almeno due fasi edilizie cronologicamente ascrivibili entro l’epoca medievale, proponendo un primo edificio più piccolo, databile entro l’XI secolo; successivamente, intorno alla metà del XII secolo, l’antica costruzione veniva ristrutturata, allungata e sopraelevata. In epoca ancora più recente, sul longitudinale sud veniva inserito il vano dell’attuale sacrestia a pianta rettangolare.
Si accede al pianoro artificiale dove è situata la chiesa da est, nell’area absidale (vedi foto abside). Le strutture edilizie che compongono questa sezione del complesso plebano di S. Zeno, evidenziano le diverse fasi costruttive che devono aver caratterizzato la costruzione dell’edificio. Soprattutto colpisce la cura nel comporre le decorazioni che caratterizzano l’abside rispetto ai longitudinali e alla facciata, nei quali si conserva la sobria essenzialità propria delle costruzioni romaniche minori di questa parte della provincia di Brescia, come il vicino S. Cipriano e il S. Emiliano a Padenghe. Nella muratura in ciottoli appena sbozzati e di materiale vario che formano la terminazione della navata, si inserisce l’emiciclo absidale, realizzato in pietra arenaria grigio-ferro, ben lavorata e lisciata a vista, composta da conci, anche grossi, inseriti in leggeri spessori di malta (vedi foto abside part.). Lo spazio semicircolare è scandito in cinque sezioni da sei leggere lesene che partono da una zoccolatura appena prominente: quattro di queste lesene sono coronate da piccoli capitelli squadrati decorati sugli spigoli con testine antropomorfe e al centro da un motivo a caulicoli (il meglio conservato è quello posto sulla seconda lesena da sud – vedi foto capitello). A raccordare ogni lesena sono inseriti tre archetti ciechi aggettanti, realizzati in pietre monolitiche con una doppia incisione a mo’ di cornice a ricalcare l’arco (i monoliti non sono di eguale dimensione e sono scolpiti a volte con due archetti a volte con due archetti e mezzo: gli ultimi due monoliti del verso sud sono meglio conservati, a tal punto da suscitare dubbi sulla loro effettiva originalità). A sostegno di ogni archetto vi sono, in parte, delle mensoline scolpite con teste umane (come nel S. Pancrazio a Montichiari, nel S. Andrea a Maderno e nel S. Siro a Cemmo), sei da sinistra per la precisione, mentre le mensole inserite a supporto degli archetti nella sezione nord, nel numero di cinque, sono di fattura più lineare con semplice smussatura verso il basso (vedi foto mensoline). L’emiciclo absidale è coperto in coppi appoggiati a una cornice di pietra chiara sporgente per una ventina di centimetri e dello spessore di pochi centimetri, sostenuta a sua volta da un’altra cornice, più massiccia e appena sporgente rispetto ai muri dell’abside.
Gli esperti riportano cronologicamente la costruzione dell’abside al pieno XII secolo (seconda metà). Una particolarità è rappresentata, oltre che da alcune incisioni graffite di recente fattura, che riportano nomi o date anche del XIX secolo, da una segnatura che marca la terza lesena da sinistra all’altezza di un metro e mezzo da terra, formata da un profondo incavo verticale contrassegnato, a intervalli regolari, da incisioni orizzontali più leggere, identificato dagli studiosi come un’antica unità di misura di lunghezza (un’evidente scalpellatura verso il basso rende incompleta la valutazione della lunghezza effettiva di tale unità di misura, forse corrispondente al braccio lonatese, vedi foto misura): la presenza di questo manufatto indica le funzioni non solo religiose, ma anche economico-amministrative, svolte dalla pieve in epoca medievale. Le uniche aperture presenti in questa parte dell’edificio sono tre monofore strombate di eguale dimensione, con arco sommitale monolitico, inserite nell’emiciclo dell’abside. La pietra arenaria scura è impiegata, per un breve tratto, anche nella terminazione piana della navata sud, mentre nel contrapposto lato nord ritornano le pietre di vario materiale utilizzate anche negli spigoli di facciata. Ancora diverso è l’assetto murario del prolungamento dell’ala sud oggi adibita a sacrestia, dove prevalgono i caratteri, sempre relativamente omogenei, di assemblaggio a file orizzontali, ma composte da conci di più piccole dimensioni, mescolati a frammenti di coppi e altro materiale laterizio, raffrontabile alla sezione muraria del longitudinale sud nel tratto prossimo alla facciata. Sopra il vano adibito a sacrestia, verso sud-est, seguito a lavori di restauro dei secoli XVI e XVII, è stato costruito un piccolo campanile a vela in mattoni rossi.
Lungo un tratto del sottotetto del lato nord della chiesa sono inserite, equidistanti l’una dall’altra, in una cornice appena prominente simile a quella in opera nei sottotetti dell’emiciclo absidale, otto mensoline decorate con teste umane, l’una diversa dall’altra (vedi foto testine); esperti locali asseriscono che alcune altre mensoline simili, purtroppo trafugate in tempi recenti, erano collocate in vari punti della muratura di questo fianco. L’apparato murario di questa parte della chiesa (vedi foto fianco nord) appare abbastanza omogeneo, realizzato, nelle parti basse, con pietre abbastanza grandi, prevalentemente chiare, squadrate e allestite in livelli di malta di un centimetro e mezzo o due, che nelle parti alte diventano più piccole e meno lavorate, con inserti di ciottoli. Sembrerebbe ipotizzabile, in base a queste leggere differenze, una diversa fase di esecuzione, anche se potrebbe semplicemente trattarsi di parti realizzate con altro materiale più grezzo, ma comunque pertinenti allo stesso momento costruttivo. Ad un più attento esame, però, si possono individuare dei segni di frattura nell’apparato edilizio: orizzontalmente è visibile un distacco, soprattutto nella zona prospiciente la facciata, a circa 3 metri di altezza, e che si prolunga per 5-6 metri di lunghezza, ed è sottolineato da una sorta di listello orizzontale; verticalmente invece, anche se di più difficile individuazione, fra le due porte occluse, le murature prossime all’area absidale presentano un assemblaggio più approssimativo e i conci si fanno più piccoli e meno lavorati, legati da strati di malta più consistenti, che fanno pensare a un prolungamento dell’edificio verso est, ancora in epoca romanica, con la realizzazione della nuova abside. Sul corrispondente e contrapposto tratto murario del longitudinale sud questa diversità non è visibile, a causa dell’inserimento, in epoca ancora successiva, dell’ambiente della sacrestia.
Sempre nel lato nord, vi sono due porte murate e rialzate di circa mezzo metro rispetto all’attuale livello del terreno. La prima, verso est, sormontata da una lunetta monolitica semicircolare con al centro una croce in rilievo, ha gli stipiti composti con grossi conci dello stesso materiale impiegato per la realizzazione dell’abside; la seconda, a un paio di metri dalla prima, più grande, ha architrave monolitico e stipiti formati da pietre rosate.
Oltre a queste due porte murate, il fianco nord è caratterizzato da altre tre aperture: sopra la porta con la croce è posta una finestra squadrata con strombatura in mattoni, probabilmente costruita in epoca successiva all’edificazione romanica. Un paio di metri oltre l’altra porta, è inserita una finestra molto stretta, quasi una feritoia e, sempre proseguendo verso ovest, vi è una monofora strombata con arco sommitale monolitico che dovrebbe essere cronologicamente pertinente alla costruzione romanica.
La facciata (foto 8 - facciata) è la parte di edificio che presenta i più vistosi rifacimenti realizzati in epoca post-medievale. Le parti alte sono completamente intonacate; vi sono due aperture evidentemente realizzate in tempi più recenti: un portale squadrato, quale accesso alla chiesa, e un finestrone con arco ribassato. Le murature delle parti basse, per quel che rimane visibile, ripetono nella composizione dei conci le stesse caratteristiche rilevate nel lato nord; solo gli spigoli sono costituiti da pietre più grandi.
Il longitudinale sud (vedi foto fianco sud), nel settore prossimo alla facciata, pur mantenendo in linea di massima gli stessi assetti rustici in pietre a vista riscontrabili nel lato nord, denuncia un più complesso assortimento di materiali: vi compaiono anche ciottoli scuri e laterizi, senza riproporre lo schema delle pietre più grosse nelle parti basse che mano a mano vanno rimpicciolendosi nelle parti alte. I sottotetti, come del resto nel longitudinale nord, evidenziano interventi di restauro dovuti al rifacimento delle coperture. Vi è una sola monofora, strombata, con arco monolitico, meglio conservata di quella settentrionale (foto 10 - monofora). Particolare è un arcone, ora murato, con inserita una porta squadrata realizzata in occasione della chiusura dell’arco stesso. Gli studiosi affermano che ancora nei primi anni del XX secolo qui vi era un portico o un vano di non chiara funzione; a riprova rimangono, un paio di metri sopra il culmine dell’arcatura, dei conci sporgenti a testimoniare l’antica attaccatura di un tetto, così come un troncone di fondamenta sporgente dal muro occidentale dell’ambiente della sacrestia convaliderebbe la presenza di questo ambiente, forse comprensivo anche dell’attuale locale di servizio, visto che le fondazioni di questo parrebbero pertinenti piuttosto all’epoca medievale, che alla ricostruzione post-medievale. Il materiale usato nella cornice dell’arco è dello stesso tipo di quello in opera nell’abside. Pure la parte di muratura appena sopra, realizzata con pietre ben squadrate allestite in poca malta, evidenzia una tipologia costruttiva associabile a quelle dell’abside. All’interno dell’arco, verso est, rimangono resti di affresco (una mezza figura di santo, ravvisabile dall’aureola) non meglio identificabili.
Per il vano della sacrestia, se si esclude il lato a est, l’apparato murario è poco leggibile causa il consistente strato di intonaco che lo ricopre: i tratti visibili a causa dello scrostamento mostrano una realizzazione in conci irregolari frammisti a varia specie di laterizio, confusamente assemblati in spessi strati di malta.
Complessivamente gli assetti edilizi dei longitudinali di questa pieve rimarcano le caratteristiche degli edifici medievali rurali in pietre a vista, anche se il S. Zeno di Lonato denuncia un’evoluzione costruttiva composta di più fasi, sempre collocabili entro i secoli XI e XII, ma pertinenti ad epoche diverse, come sarebbe dimostrato dall’abside, dalle testine dei sottotetti del lato settentrionale e dall’arcone murato del longitudinale sud; mentre post-romanici sono certamente l’attuale vano della sacrestia, il campanile a vela, il portale d’ingresso a ovest e il soprastante finestrone.
L’interno non ha mantenuto praticamente nulla delle antiche strutture d’epoca romanica e presenta evidenti segni dei restauri di XVI-XVII secolo (foto 11 - interno).
Il pavimento, composto da piastrelle in laterizio, sempre di epoca recente, è leggermente in pendenza verso la zona occidentale rispetto all’area absidale: il dislivello tra le due zone è di circa mezzo metro; alcuni gradini sopralzano ulteriormente questa zona al punto da far supporre la presenza di un ambiente interrato (non ancora verificato archeologicamente). Le murature sono ricoperte da un pesante strato di intonaco bianco; tre arconi trasversali, poggianti su pilastri addossati ai perimetrali, scandiscono lo spazio interno in quattro campate. Il tetto, con travi a vista e mattoni, è opera di recenti restauri. Poco sotto l’attacco del tetto ai muri laterali sporgono delle mensole a indicare l’antico posizionamento delle coperture. L’emiciclo absidale, introdotto da una modanatura, conserva pochi lacerti di affresco probabilmente riferibili al XV secolo: vi si intravedono, tra la monofora centrale e quella meridionale, un santo vescovo (non meglio identificabile e piuttosto rovinato), a seguire sempre verso sud e meglio conservato, compare un altro santo vescovo, forse S. Zeno (foto 12 - affresco). Accanto, rimangono pochi tratti molto deteriorati di una Madonna con Bambino, e nella campata tra l’emiciclo absidale e la porta della sacrestia parte di un S. Rocco (del santo si vede una mano che indica la gamba con la piaga provocata della lebbra).
In una nicchia, sempre collocata su questo perimetrale, appena a fianco dell’ingresso meridionale, è posta un’acquasantiera ricavata da un monolite squadrato di pietra scura con scolpite, nel lato a vista, due croci astili affiancate, forse di epoca medievale; contrapposta, sempre in una nicchia ricavata nel muro, è un’altra acquasantiera in marmo bianco di epoca rinascimentale.
L’attuale altare è formato da un monumentale altare del XVII secolo, in legno dipinto su tutti i lati e proveniente da un altro edificio religioso di Lonato.


Visualizzazione ingrandita della mappa