Agnosine (Brescia) – Parrocchia SS. MM. Ippolito e Cassiano

Agnosine diventa parrocchia, staccandosi dalla pieve di Bione, nel 1037, ma non è nota con certezza quale fosse la sede della parrocchia: forse - come sostiene Masetti Zanini - era la chiesa di San Giorgio, che, isolata e lontana dal centro fu sostituita dalla vecchia Chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano. Infatti, se in un documento del 1813 ricorda che "la chiesa di San Giorgio era I’antica parrocchiale" già nel 1390 si parla del conferimento del beneficio dei Santi Ippolito e Cassiano al sacerdote Paolo da Padova. Intorno alla Chiesa vi era il Cimitero parrocchiale e di fronte la casa comunale, tuttora esistente, che porta la data 1553 e in cui è conservato uno dei pochi affreschi a soggetto laico presenti in zona: si tratta di una cartina geografica della valle. Col secolo XVI cominciano a circolare notizie riguardo alla Chiesa Parrocchiale negli atti delle Visite Pastorali che il Concilio di Trento prescrisse ai Vescovi di compiere alle loro Diocesi e che si trovano nell’Archivio Vescovile di Brescia; la maggior parte delle notizie documentarie su Sant’Ippolito e Cassiano è appunto desunta da queste visite. La prima fu compiuta il 12 ottobre I566 dal Vescovo di Brescia Mons. Domenico Bollani il quale fa sapere che la chiesa era consacrata e possedeva, oltre all’altare maggiore, l’altare della Scuola del S.S. Sacramento, ove celebrava la Santa Messa il Sacerdote Angelo de Savijs, nativo di Agnosine. Dalla visita di Don Cristoforo Pilati (1572) emerge che il rettore era Don Tranquillo De Zanetis, il quale, tra l’altro, provvedeva alle spese per l’olio della lampada che arde dinanzi al tabernacolo e per le candele del 2 Febbraio; mentre il Comune acquistava i rami d’ulivo per la seconda Domenica di Passione ed il Cero Pasquale che si rinnovava ogni anno. Inoltre, stipendiava il campanaro addetto all’orologio al quale doveva era fatto obbligo di suonare in pericolo di tempesta. Nel 1573 era rettore Don Stefano De Ghiroldis di 35 anni e prestava servizio in Parrocchia il De Savijs di 65 anni; Consoli del Comune erano Pietro De Soldis e Paolo Benini. In Chiesa vi erano altari dedicati alla Madonna e a San Giovanni Evangelista ed esistevano le Scuole S.S. Sacramento e del Corpus Domini e del Santo Rosario. San Carlo, nella sua visita apostolica del 1580, ordinò di ridurre alla forma stabilita l’altare di San Giovanni. Un’altra visita pastorale fu quella del vescovo Marino Giorni nei giorni 14 e 15 ottobre 1600, quando il Rettore era Don Pietro Giroldi fu Giacomo di anni 42, nativo di Bione, i Consoli erano Andrea e Rodomus De Villa, altri personaggi di quell’epoca erano Tommaso Zanoni, Bartolomeo Folli (ovvero Fola) e Giuseppe Franchini che furono nominati come assistenti laici deputati alla visita Pastorale e Bernaldo Soldi che teneva uno sgabello personale in chiesa secondo l’usanza che dava il diritto alle persone più ragguardevoli. Dall’esame degli atti di questa Visita Pastorale risulta ancora che la festa della consacrazione della chiesa parrocchiale si celebrava la vigilia dell’Ascensione di Nostro Signore; il Comune, per consuetudine, provvedeva alla manutenzione ordinaria e straordinaria del fabbricato della Chiesa Parrocchiale, mandava a ritirare gli oli Sacri in Cattedrale di Brescia il Giovedì Santo e dava, l’offerta ai predicatori. Nel 1646 nella vecchia chiesa di Agnosine vi erano: l'altare maggiore, quello del S.S. Sacramento, l'altare del S. Rosario e gli altari della B.V. Maria, di S. Giovanni Evangelista con S. Rocco.
Nel 1711 fu poi costruita la nuova chiesa, terminata nella facciata nel 1840, venne consacrata nel 1871 da mons. Verzieri. Risalgono ai primi decenni del novecento la trasformazione del campanile dall’antico aspetto a punta all’attuale con bordatura a merli, la decorazione interna per opera del Trainini e la costruzione del timpano della facciata.
La facciata fu realizzata su progetto di Rodolfo Vantini (1792-1856) il noto architetto bresciano progettista di palazzi, chiese e del cimitero intitolato al suo nome, nel 1840. L’aspetto neoclassico lineare e semplice contrasta con quello che sarà poi I’interno con le morbide linee barocche e rococò.
La superficie della facciata è scandita verticalmente da due lesene con capitello ionico, cosi come ioniche sono le colonne ai lati del portale, che vengono riprese anche negli angoli esterni, vi è un alto zoccolo aggettante nella parte bassa; il portale è incorniciato da un architrave, dove spicca un festone dalle forme sintetiche e dal rigore neoclassico tipico del Vantini; sopra l’architrave, messo quasi per sottolineare ancora una volta il rapporto con la classicità l’architetto pone un timpano triangolare. Gli unici elementi che movimentano chiaroscuralmente la superficie sono le due nicchie laterali e la grande finestra centrale. La parte alta aggiunta, sembrerebbe intorno agli anni Sessanta del Novecento, continua questo dialogo con le forme classiche nelle gocce quadrate e nel timpano spezzato ma non sappiamo se si tratta di un completamento legato al progetto di Vantini oppure no.  Nell’architrave è iscritta la frase: “Ego sum via veritas et vita”. All’esterno, si trovano due statue in cemento del XIX secolo raffiguranti San Pietro e Paolo; due bassorilievi raffiguranti uno il Cristo deposto al sepolcro e l’altro riporta iconografia dell’”ecce homo"; il tipo di forme moderne ed essenziali fa pensare a opere novecentesche anche se le fonti non fanno mai cenno a queste due opere. Internamente, la chiesa è a navata unica, possiede quattro altari laterali con una divisione in due campate più lo spazio del presbiterio. L’impressione maestosa e luminosa data, nonostante l’attuale pessima condizione degli intonaci e dei rivestimenti, è ottenuta grazie alla presenza di lesene e paraste monumentali a capitello corinzio che poste agli angoli ne smussano la forma riprendendo uno dei temi più cari al barocco e dalla predominanza del colore bianco degli intonaci e degli stucchi. l materiali per il rivestimento e la decorazione della chiesa sono soprattutto materiali poveri: la decorazione plastica nei bassorilievi e nelle statue è ottenuta attraverso lo stucco, poi in parte dorato per impreziosire anche cromaticamente la resa, materiale certamente tra i prediletti dal barocco per la morbidezza e le versatilità ma sicuramente non tra i più preziosi e duraturi. Le grandi colonne e i paliotti degli altari dai marmi multicolori sono realizzate non in marmo appunto ma bensì in scagliola e in legno dipinto. È un finto marmo anche per il cornicione che poggia sui pilastri e che corre lungo tutte le pareti; sopra di esso cornicioni aggettanti con modanature in stucco, decorate e dorate. Le volte a vela che fanno da copertura poggiano su questi cornicioni e le ampie finestre si aprono nei lunettoni che questo tipo di volta crea sulla parete.  In controfacciata due telamoni reggono la struttura su cui poggiano due angeli musicanti, al centro in un cartiglio viene ricordata la consacrazione dell’edificio. Nella scelta dei soggetti presenti nelle nicchie e nelle volte penso si possa individuare la volontà di un programma iconografico che partendo dall’origine della Chiesa traccia un percorso esemplare per il fedele.  Nei pennacchi della prima volta incontriamo le figure dei quattro Evangelisti: San Giovanni (l’aquila), San Marco (il leone), San Matteo (l’angelo), San Luca (il bue); quindi un riferimento alla Parola originaria (solitamente le figure degli Evangelisti si trovano raffigurate nella volta del presbiterio) e al primo nucleo dei cristiani. Nelle quattro nicchie della navata compaiono invece quattro tra i più importanti e conosciuti dottori della chiesa: Sant’Ambrogio - prima nicchia a destra-s anto vescovo riconoscibile per gli abiti episcopali e per la presenza del flagello simbolo della sua fermezza nella predicazione e del rigore con cui visse.  Sant’Agostino - seconda nicchia a destra- in vesti episcopali e con il libro in mano simbolo  della sua intensa attività nello scrivere. San Gerolamo - prima nicchia a sinistra - viene raffigurato come un uomo anziano dall’aspetto emaciato causata dall’eremitaggio e dall’intensa preghiera, tiene nella mano una pietra con cui si batte il petto e ai piedi un leone che fa riferimento all’indole forte e fiera del santo. San Gregorio Magno -seconda nicchia a sinistra - la figura papale si riconosce dalla presenza della tiara sul capo, accanto all’orecchio destro la figura di una colomba, personificazione dello Spirito Santo che sembra suggerire al Santo cosa scrivere.  Questi personaggi rimandano ai primi secoli della chiesa e i loro scritti furono e sono fondamentali nell’affrontare il discorso teologico e di approccio alla fede per il singolo. Nei pennacchi della seconda volta sembra che si voglia dare un’indicazione di vita, virtù da perseguire: sono raffigurate con allegorie (solitamente attraverso figure femminili qui sostituite da angeli) le quattro virtù cardinali.
Temperanza - l’angelo mesce dell’acqua e del vino perché il controllo nel bere era ritenuto la miglior dimostrazione di temperanza degli eccessi.
Prudenza - l’angelo tiene in mano uno specchio sia perché chi è prudente non si fida delle apparenze sia perché conoscendosi a fondo una persona può capire i propri limiti e non incappare in errori; attorno al braccio ha attorcigliato quello che può venir letto in due modi, come serpente tentatore o come la figura di un pesce, la remora che attaccandosi alla chiglia delle navi le rallentava così come dovrebbe frenarsi l’uomo prudente.
Fortezza - l’angelo con uno scudo e una colonna simboli della sicurezza e del sostegno e accompagnato da un leone, animale simbolo per eccellenza della forza e del coraggio.
Giustizia - l’angelo tiene in una mano una spada e nell’altra una bilancia a simboleggiare la necessaria coesistenza di equità e fermezza nell’amministrazione della giustizia.
Nella volta del presbiterio, racchiuse in ovati, le allegorie delle tre virtù teologali, questa volta in vesti femminili, campeggiano forse come il richiamo più importante che il fedele deve sempre considerare.
Speranza -una donna che guarda verso il cielo al di là delle nuvole, con l’apparizione di una colomba con un ramo d’ulivo nel becco, chiaro riferimento all’episodio vetero testamentario della fine del diluvio universale.
Fede -accanto alla figura in preghiera appaiono simboli della fede cristiana come il calice e il crocefisso.
Carità - la virtù definita da San Paolo come la più importante è sempre raffigurata come una donna che allatta al seno un bimbo mentre altri due le stanno ai piedi; come in questo caso sul capo della figure! appare una fiamma simbolo del calore eterno, che continuamente si alimenta se si possiede questa virtù.
Nel quarto pennacchio compare una figura dall’identificazione incerta: qui una donna sta ai piedi della croce verso cui è rivolta e accanto alla quale giace un teschio; com’è noto, le virtù teologali sono tre e quindi non ci sarebbe motivo di introdurne un’altra. Si potrebbe trattare di una pura esigenza formale e compositiva, infatti, i pennacchi sono quattro e non sarebbe stato opportuno lasciarne uno vuoto e quindi il rappresentare una figura che in un certo senso si riallaccia alla rappresentazione della fede poteva essere una soluzione preferibile.
Infine nelle due nicchie dell’abside appaiono due santi dalla tradizione più recente rispetto a quella dei dottori della chiesa visti nella navata. Si tratta di due presbiteri santi e martiri, dalla vita esemplare quindi e raffigurati in abiti moderni: San Luigi Gonzaga a destra e San Giovanni Nepomuceno a sinistra.
Per quanto riguarda gli altari, nella chiesa attuale che ricordiamo, essere settecentesca si trovano pale precedenti quindi conservate con tutta probabilità nell’antico edificio.
Vi è, infatti, una corrispondenza tra gli altari presenti attualmente e quelli citati nelle visite pastorali; vediamoli partendo da sinistra verso destra.
Ritroviamo, infatti, un altare di San Giovanni e san Rocco il primo entrando a sinistra, che ha però un chiaro riferimento alla Trinità sia nella pala che nella cimasa dell’altare stesso nella presenza del triangolo con l’occhio e i raggi.
Nella pala opera di Pietro Ricchi detto il Lucchese (1606-1675) importante artista di origine toscana ma allievo del bolognese Guido Reni, che nella nostra parrocchia lascia una delle sue opere giovanili più legate all’ambiente bresciano e savoldiano in particolare, intorno al 1640 circa, e cioè la Natività conservata nella cappella dell’oratorio; non è arduo pensare che anche quest’opera gli sia stata commissionata nello stesso momento e che dovesse servire al ridimensionamento dell’altare di San Giovanni ordinato da San Carlo Borromeo qualche decennio prima.
La pala raffigura, infatti, partendo da sinistra, San Francesco, San Giovanni Evangelista, San Carlo Borromeo e San Rocco intenti ad ammirare le persone della Trinità che appaiono nella parte alta del dipinto. L’opera non è certo tra le migliori di quest’artista ma indubbiamente le fisionomie, i colori, il modo di panneggiare e certe tipologie compositive ben si legano alla produzione del lucchese dei primi anni. Il secondo altare di sinistra è quello dedicato al Santissimo corpo di Cristo e conserva una pala della metà del XVI secolo raffigurante il Compianto sul Cristo morto, richiamato anche dagli angeli della cimasa che sostengono il telo della Veronica con impressa l’immagine del volto di Cristo. Non sappiamo nient’altro di quest’opera sennonché non sembra di ritrovarne l’autore in altri dipinti della zona sarebbe auspicabile una ricerca più approfondita.
Il secondo altare a destra quello, dedicato alla Madonna ospita una statua di Bronzo del 1960 circa raffigurante la vergine mentre tiene sulle ginocchia il Bambino con un atteggiamento molto dolce e familiare; nella teca sottostante sono ora esposte le principali reliquie conservate nella nostra parrocchia. Si trova su quest’altare anche il fonte battesimale la cui copertura lignea è opera dello scultore locale Bortolo Zanaglio.
L’ultimo altare che incontriamo è l'altare del Rosario la cui pala sembra essere un’opera di Pietro Marone (1548-1625), artista bresciano allievo di Paolo Veronese a Venezia e attivo in molte chiese di Brescia e provincia; anche in questo caso attributivo si ritiene sia necessaria una ricerca più dettagliata.
La pala raffigura la Vergine che dall’alto su una nuvola consegna dei rosari agli angeli e a San Domenico e Santa Caterina da Siena, tra i personaggi presenti, tutti vestiti secondo la moda di fine ‘500 inizio ‘600 con vestiti dalle ampie gorgiere e ricche stoffe, accanto a questi personaggi si notano altre figure dall’aspetto più umile e due uomini che incuriosiscono in modo particolare.
Si tratta di un presbitero, con sicurezza il ritratto di un canonico, che guardandoci intensamente ci indica il cielo con la mano; dietro di lui appare un'altra figura maschile, questa volta un signore canuto dal ricco vestito di velluto che ci osserva con sguardo severo, forse il committente dell’opera.
Attorno alla pala incorniciate da finti marmi, si trovano le quindici scene dei misteri del rosario.
Gli affreschi delle volte e la pala dell’altare maggiore sono opera del pittore Vittorio Trainini che nei primi decenni del novecento si occupò della decorazione di molte chiese della zona dalla pieve di Mura alla chiesa di San Michele a Sabbio Chiese, dalla chiesetta di Santo Stefano della rocca di Nozza alla parrocchiale di Agnosine appunto.

( a cura di Chiara Gafforini)

 


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